Plastica, rifiuti e riciclo: sostituirla o valorizzarla?

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Il 12 settembre si celebra la Giornata internazionale Senza Sacchetti di Plastica: istituita nel 2009 dalla Marine Conservation Society, vuole educare la popolazione mondiale alla sostenibilità e al rispetto per l’ambiente, incentivando alla riduzione dell’uso dei sacchetti di plastica monouso e, quindi, prevenendo la produzione dei relativi rifiuti.
Ne approfittiamo per fare il punto sul riciclo della plastica tradizionale e capire, nel modo più oggettivo possibile, se effettivamente si tratti di un materiale “diabolico”, come oggi lo dipingono, oppure di una risorsa preziosa che può essere utilizzata circolarmente al pari dei materiali più eco-compatibili.

I numeri della plastica

“Voglio dirti una parola sola. Solo una parola.»
“Sì, signore.”
“Mi ascolti?”
“Sì, signore.”
“Plastica.”
“Non credo di aver capito.”
“L’avvenire del mondo è nella plastica. Pensaci. Ci penserai?”
“Certamente.”
“Bravo.”
Difficile dimenticare le parole profetiche del film “Il laureato”. Correva l’anno 1968 e la plastica era nel pieno della sua inarrestabile crescita in ogni settore industriale: da lì a poco avrebbe davvero conquistato il mondo, al punto che oggi non possiamo immaginare la nostra vita senza.
In Italia lo sappiamo bene: siamo al secondo posto in Europa come trasformatore di plastica con 5,8 milioni di tonnellate prodotte (dato 2017), e non dovrebbe stupire, dato che ne siamo il paese natale. Nel 1963 l’ingegner Giulio Natta ottenne il Premio Nobel proprio per aver inventato, una decina di anni prima, il polipropilene, polimero dalle straordinarie capacità destinato a rivoluzionare l’economia nel giro di pochissimi anni e che, oggi, rappresenta da solo lo 0,3 del PIL mondiale.
Natta fu seguito a ruota dai tedeschi, con l’invenzione del policarbonato nel 1959. Da allora, la produzione di plastiche è cresciuta esponenzialmente, raggiungendo la vetta di 322 milioni di tonnellate all’anno nel 2015.

La guerra alla plastica

La “colpa” più grande attribuita attualmente alla plastica risiede nel ridotto ciclo di vita di una delle sue principali applicazioni: gli imballaggi. Se a ciò si somma la sua caratteristica peculiare ovvero l’indistruttibilità (mediamente, per decomporre una bottiglia di PET ci vogliono dai 500 ai 700 anni), si capisce bene come oltre il 75% di tutta la plastica prodotta al mondo sia già diventata un rifiuto, la cui gestione pone problematiche di non poco conto.
Solo per restare in Italia, ognuno di noi produce 35,05 chili di rifiuti di plastica all’anno, di cui solo il 40% si riesce a recuperare.  E già possiamo ritenerci soddisfatti, considerando che l’attuale media di riciclo europea si aggira attorno al 30%.
Su tale contesto non semplice, la mala gestione di tale ingente quantitativo di rifiuti ha finito per compromettere la reputazione del materiale stesso: degli attuali 310 milioni di tonnellate annue di plastica prodotta al mondo, circa 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani[1] con le conseguenze devastanti sugli ecosistemi e la salute umana che ormai tutti conosciamo bene.
Sebbene il 90% di questi rifiuti raggiungano gli oceani attraverso soli 10 fiumi (Cina: Yangtze, Xi, Huangpu; India: Gange; Camerun e Nigeria: Cross; Indonesia: Brantas, Solo; Brasile: Rio delle Amazzoni; Filippine: Pásig; Myanmar: Irrawaddy), complice una comunicazione ambientalista dai toni apocalittici e spesso poco propensa ad analizzare la questione nella complessità di necessiterebbe, la plastica si è conquistata in breve tempo la peggior nomea che sia mai toccata in sorte a un materiale dalle origini della nostra storia a oggi. Quasi che non fossimo noi, a trasformarla vertiginosamente in rifiuto e ad abbandonandola nell’ambiente, ma fosse essa stessa dotata di un proprio così nefasto destino.
Dal ritenerla uno materiale rivoluzionario al limite del miracoloso, con il quale negli ultimi sessant’anni abbiamo riorganizzato ogni ambito della nostra vita al punto da non poterne più fare a meno, si è improvvisamente passati a demonizzarla ferocemente, scatenando una vera e propria “guerra alla plastica” e sferrandole attacchi da più direzioni: “dal basso”, mercato e consumatori sono corsi alla ricerca di soluzioni plastic-free; “dall’alto”, i legislatori hanno risposto emanando direttive e regolamenti per vietarne la produzione e il consumo.

Quanto è efficace il riciclo della plastica?

A oggi, solo il 14% degli imballaggi di plastica utilizzati a livello mondiale arriva negli impianti di riciclo e solo l’8% è effettivamente riciclato[2]. Stando alle attuali tecnologie, con il riciclo meccanico si può recuperare efficacemente solo il PET, il cui materiale risultate è impiegato soprattutto nell’industria tessile. Un’alternativa percorribile è quella di mischiare i rifiuti di plastica con catrami e scarti di raffineria, così da ottenere una nuova materia prima con cui produrre nuova plastica utilizzando meno idrocarburi. Una soluzione, questa, proposta da Maurizio Masi, professore del Politecnico di Milano. “In questo modo,” afferma, “il problema dei rifiuti di plastica scompare. E se l’impianto produce la plastica da fonti rinnovabili abbiamo fatto bingo!”[3].

Riciclo meccanico della plastica

Si tratta di riciclo meccanico, adatto a riciclare materiali puri resi disponibili attraverso la raccolta e la cernita di grandi quantità di scarti. Peccato che i nostri rifiuti plastici contengano per lo più materiali ottenuti dalla combinazione di diversi tipi di plastiche – poiché solo in questo modo è possibile ottenere dai prodotti le prestazioni desiderate dal mercato – e che a oggi non riusciamo a separare in modo sufficientemente economico per poterli avviare a riciclo, essendo quindi costretti a smaltirli in discarica o nei termovalorizzatori.
L’unica possibilità di sviluppare maggiormente questo tipo di riciclo, dunque, è progettare e produrre materiali composti da un unico polimero, assicurandosi di mantenerli separati da altri prodotti plastici ottenuti da altri polimeri per tutto il loro ciclo di vita. Ma sappiamo bene quando difficilmente un solo polimero possa garantire le caratteristiche richieste ai prodotti, in particolare in ambiti estremamente esigenti quali le applicazioni food contact.

Il riciclo chimico della plastica

Il riciclo chimico, a differenza di quello meccanico, consente di riciclare anche materiali ottenuti da un mix di plastiche, consentendo di scomporre i rifiuti plastici in nuovi polimeri. Funziona, a grandi linee, in questo modo:

  1. Le imprese che effettuano il trattamento di rifiuti forniscono la materia prima seconda agli impianti di riciclo.
  2. Al loro interno, i rifiuti di plastica vengono sottoposti a selezione, triturazione e compounding, cioè miscelazione chimica sulla base delle caratteristiche che la “materia prima seconda” dovrà avere. Qui sta la principale innovazione di questo processo: la riformulazione chimica delle materie plastiche avviene in conseguenza alle richieste dei nuovi produttori cioè del mercato, ovvero sulla base delle caratteristiche chimiche che il composto dovrà avere per soddisfare esigenze specifiche.
  3. Il materiale così ottenuto viene consegnato agli utilizzatori che ne hanno fatto richiesta, per essere impiegato in nuovi processi produttivi al pari della materia vergine, realizzando prodotti di pari o superiore qualità (in tal caso parliamo di upcycling) da immettere sul mercato.
  4. I consumatori e le imprese utilizzano i prodotti ottenuti con la materia riciclata; una volta giunti a fine vita, vengono destinati alla raccolta differenziata.
  5. Negli impianti di trattamento dei rifiuti, i materiali vengono nuovamente raccolti, selezionati e smistati sulla base delle necessità degli impianti di riciclo. E si ricomincia daccapo.

A partire dalla materia così recuperata, possono essere prodotte nuove sostanze inclusa nuova plastica. In questo modo, si riesce a riciclare fino al 95% della plastica e il risultato che si ottiene è un materiale qualitativamente equivalente all’originario e dal costo inferiore.
“Un barile di petrolio è più caro di un barile di rifiuti,” [4] afferma, infatti,  Fabrizio Di Amato, presidente del gruppo Maire Tecnimont, multinazionale che detiene l’unico impianto di questo tipo a oggi attivo in Italia: quello a Bedizzole (Brescia) di NextChem, una società appositamente creata all’interno del Gruppo per rendere più circolare la filiera della plastica. Si tratta di un fiore all’occhiello per il nostro Paese, essendo il più avanzato ed efficiente impianto in Europa nel riciclo delle materie plastiche. Riesce a trattare ogni tipo di scarti e materiali plastici post-consumo, soprattutto industriali, separandoli nei singoli polimeri. Così facendo, è in grado di produrre plastica riciclata con caratteristiche chimico-fisiche e proprietà meccaniche del tutto paragonabili a quelle della plastica vergine.
Dunque, un caso che ben fa comprendere come la plastica, se ben gestita, non rappresenti affatto un problema ma sia in realtà una preziosa risorsa “circolare” al pari di altri (solo apparentemente) più virtuosi materiali.

 

Riferimenti bibliografici

Laddove non diversamente specificato, i dati citati in questo articolo sono tratti da: Guido Fontanelli, La guerra della plastica. Un materiale straordinario o un nemico da combattere?. Milano, Hoepli, 2020.

[1] Fonte: WWF.

[2] Fonte: rapporto New Plastics Economy, Ellen MacArthur Foundation.

[2] G. Fontanelli, La guerra della plastica, cit. p. 79.

[3] G. Fontanelli, La guerra della plastica, cit. p. 81.

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