Rifiuti con codice a specchio: l’Europa fa chiarezza sulla classificazione

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La Corte di Giustizia Europea si pronuncia sulla classificazione dei rifiuti con codice a specchio, confermando l’orientamento da sempre sostenuto da Ecol Studio: è fondamentale identificare i rifiuti conciliando il principio di precauzione con quelli di fattibilità tecnica e praticabilità economica.

 

Classificazione dei rifiuti con codice a specchio: una sentenza per fare chiarezza

Attesa da anni, la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea del 28 marzo 2019 risponde con chiarezza alle domande di pronuncia sulla classificazione dei rifiuti con codici a specchio e sulla corretta interpretazione del principio di precauzione.

In tale sentenza si dichiara che l’allegato III della Direttiva 2008/98/CE, come modificato dal Regolamento 2014/1357/UE, nonché l’allegato della Decisione 2000/532/CE, come modificato dalla Decisione 2014/955/UE, devono essere interpretati nel senso che il detentore di un rifiuto che può essere classificato con codice a specchio, ma la cui composizione non è immediatamente nota, deve determinare la composizione di tale rifiuto e ricercare le sostanze pericolose che possano ragionevolmente trovarvisi al fine di verificare la presenza di caratteristiche di pericolo.
A tal scopo, possono essere utilizzati campionamento e analisi chimiche e prove come previsti dal Regolamento 2008/440/CE o qualsiasi altro campionamento, analisi chimica e prove riconosciuti a livello internazionale.

Si dichiara inoltre che, qualora dopo una valutazione dei rischi il più possibile completa, considerando il caso specifico in questione, il detentore del rifiuto che può essere classificato con codici a specchio si trovi nell’impossibilità pratica di determinare le sostanze pericolose o valutare le caratteristiche di pericolo, il rifiuto deve essere classificato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione.

 

Che cosa significa che il detentore “deve ricercare le sostanze pericolose che ragionevolmente possano trovarsi nel rifiuto”?

Il detentore deve acquisire una sufficiente conoscenza della composizione del rifiuto in modo da poter valutare la sussistenza o meno di caratteristiche di pericolo.
Per conseguire tale scopo non è necessario verificare l’assenza di tutte le sostanze pericolose esistenti bensì ricercare le sostanze pericolose che con maggiore probabilità potrebbero trovarsi nel rifiuto compatibilmente con il ciclo produttivo dello stesso, ovvero indagare le sostanze pericolose ubiquitarie o comunque molto comuni, oltre che specifiche, pertinenti con il ciclo produttivo del rifiuto (requisitoria Sostituto Procuratore Generale).

Secondo quanto specificato nella Direttiva quadro 2008/98/CE, non si possono imporre al detentore del rifiuto obblighi irragionevoli sia sul piano tecnico che economico, nella gestione dei rifiuti.
I concetti di fattibilità tecnica e praticabilità economica sono più volte espressi nella Direttiva 2008/98/CE e citati nel D.Lgs. 152/2006.
Il detentore, pertanto, non ha l’obbligo di verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa però deve ricercare quelle che ragionevolmente possano trovarsi nel rifiuto in questione.

 

Con quali criteri occorre ricercare le sostanze pericolose nei rifiuti?

La selezione delle sostanze pericolose da investigare dovrà derivare dall’applicazione di criteri oggettivi, verificabili e coerenti con la natura del ciclo produttivo del rifiuto e tecnicamente attendibili (requisitoria Sostituto Procuratore Generale).
Tali criteri possono scaturire solo da una valutazione tecnica approfondita che prenda in esame i flussi in ingresso al processo da cui si genera il rifiuto e le relative proprietà, nonché tutte le informazioni relative alle varie fasi del processo (secondo quanto stabilito dalla Nota ISPRA del 4 luglio 2017).

 

La caratterizzazione di base: quali informazioni deve contenere?

Si evince quindi l’importanza di un’adeguata caratterizzazione di base del rifiuto in esame intesa come la raccolta di tutte le informazioni fondamentali in merito ai rifiuti (Allegato 1 D.M. 27/09/2010):

  1. Fonte e origine del rifiuto;
  2. Informazioni sul processo produttivo (descrizione e caratteristiche delle materie prime e dei prodotti);
  3. Eventuale trattamento subito;
  4. Informazioni fornite dal produttore originario della sostanza o dell’oggetto prima che diventasse rifiuto (SDS);
  5. Informazioni ricavate dalle banche dati disponibili.

 

Campionamento e analisi: l’importanza di conoscere il rifiuto

A valle di una valutazione tecnica completa, può essere stabilito un set analitico adeguato sulla base del quale si procede all’analisi chimica.
Si ricordi inoltre che, come specificato nel Regolamento 2014/1357/UE per la valutazione delle caratteristiche di pericolo HP1, HP2 e HP3, la valutazione delle caratteristiche in base a metodi di prova avviene “ove opportuno e proporzionato”. Nei casi in cui l’esecuzione della prova non sia né opportuna né proporzionata, il detentore può classificare il rifiuto senza far ricorso ad essa.

Come riportato nella comunicazione 2018/C124/01 “Orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti”, si precisa che, unitamente all’analisi chimica, il campionamento deve avvenire secondo metodi che offrano garanzie di efficacia e rappresentatività.
Un campionamento di scarsa qualità è uno dei fattori che minano una classificazione affidabile del rifiuto.
Inevitabilmente, una conoscenza insufficiente della composizione del rifiuto comporterà la classificazione come rifiuto pericoloso.

Da ricordare però, che nella Direttiva 2009/98/CE si specifica la necessità di tenere conto non solo dei principi generali di tutela dell’ambiente e di precauzione e sostenibilità ma anche della fattibilità tecnica e praticabilità economica in un bilanciamento tra quest’ultimi e il principio di precauzione.

 

Conclusioni

In conclusione, la preparazione di un dossier di caratterizzazione del rifiuto che raccolga in sé tutte le informazioni fondamentali in merito ai rifiuti (peraltro obbligatorie ai fini dello smaltimento finale in condizioni di sicurezza, come stabilito dal D.M. 27/10/2010) ne consente una gestione operativa corretta, rispettosa dell’ambiente e della salute di tutti i soggetti coinvolti, prevenendo sanzioni.
Si ricordi inoltre che, come affermato nella Comunicazione C124, la classificazione dei rifiuti come pericolosi o non rappresenta una fase fondamentale determinante l’intera catena di gestione del rifiuto, dalla generazione al trattamento finale.
Infine, occorre porre la massima attenzione nella determinazione del metodo di campionamento, in quanto in grado di compromettere irreparabilmente lo svolgimento delle analisi chimiche qualora opportune.

 

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1 Commento

  1. […] Concludendo, se e soltanto se, dopo una completa valutazione dei rischi, il detentore si trovi “nell’impossibilità pratica” di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutarne le caratteristiche di pericolo, il principio di precauzione impone di classificare il rifiuto come pericoloso: lo ha stabilito la Sentenza della Corte di Giustizia Europea del 28 marzo 2019. […]