Coronavirus: perché non percepiamo il rischio?

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Anche durante l’ultimo appello, il Presidente Conte ha ribadito come la soluzione all’emergenza Covid-19 risieda per gran parte nel senso civico e nel sentimento di comunità di ognuno di noi, che devono concretizzarsi in comportamenti pienamente responsabili verso se stessi e gli altri, in conseguenza a una sana percezione del rischio Coronavirus.

Eppure, capita ancora di vedere riportati dai media casi in cui molti di noi violano le disposizioni di prevenzione e sicurezza, quasi a voler sfidare la sorte, riunendosi in assembramenti non autorizzati ed esponendosi al rischio del contagio. Da dove nasce questa esigenza di violazione comportamentale anche in situazioni emergenziali come questa, nelle quali i livelli di percezione del rischio dovrebbero essere elevati per tutti?

La risposta ce la fornisce Massimo Servadio, psicoterapeuta e psicologo del lavoro e delle organizzazioni, in un interessante intervento su Punto Sicuro.
L’esperto spiega il fenomeno con la cosiddetta “sindrome Nimby – Not In My BackYard”, che tradotta letteralmente significa “non nel mio cortile”. Con questa espressione in sociologia si intende il comportamento di protesta con il quale alcuni membri di una comunità locale possono reagire alle opere di interesse pubblico sul proprio territorio, quali ad esempio la costruzione di infrastrutture impattanti dal punto di vista paesaggistico o di impianti industriali ritenuti inquinanti, non opponendosi invece all’attuazione di quelle stesse misure in luoghi lontani dal proprio “cortile”.

La sindrome Nimby, in questi frangenti, sarebbe la conseguenza di un pensiero tanto diffuso quanto pericoloso: “Sta capitando agli altri, ma tanto non capiterà a me”. Un pensiero che può generarsi a causa della non esperienza diretta del contagio.
La corretta percezione del rischio, infatti, può venire impedita da alcuni meccanismi di sopravvivenza messi in atto dal nostro cervello, gli stessi che ci fanno focalizzare l’attenzione unicamente sui fenomeni che determinano le peggiori e immediate conseguenze “nel nostro cortile”, cioè nell’ambito della nostra esperienza diretta, e che ci fanno ritenere più probabili quelli che vengono maggiormente diffusi dai media, meglio se attraverso una comunicazione fortemente emotiva.

Da questo ragionamento, si comprende bene anche l’importanza del ruolo della comunicazione mediatica nella diffusione di corretti comportamenti di prevenzione. Come suggerisce Servadio, dovremmo passare dalla sindrome Nimby a quella “Pimby – Please, In My BackYard”, per favore nel mio cortile: dobbiamo non soltanto assumere comportamenti responsabili e diligenti, ma augurarci che sino compresi e applicati nel modo più scrupoloso possibile da tutto il nostro “vicinato”.

Per riprendere le parole di Conte, torneremo presto ad abbracciarci se tutti applicheremo le misure di prevenzione. Tanto più velocemente riusciremo ad avere una corretta percezione del rischio, tanto più rapidamente ci lasceremo alle spalle questa surreale e spiacevole situazione.
Mai come oggi, la possibilità di costruire mondo migliore dipende dalla responsabilità e dal senso di comunità di ognuno di noi. Facciamo della prevenzione la nostra stella polare e tutto andrà per il meglio!

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